Porta Garibaldi a Catania, arco monumentale a fasce alternate di pietra lavica nera e pietra bianca, con la piazza in basolato
Porta Garibaldi (il Fortino), Catania — foto: Leandro Neumann Ciuffo · CC BY 2.0 · Wikimedia Commons

Basta guardarsi intorno per capire perché Catania viene spesso chiamata "città nera". Il grigio scuro della pietra lavica è ovunque: sotto i piedi, nei basamenti dei palazzi, nelle cornici delle finestre, nei portali delle chiese. Qui l'Etna non è soltanto un panorama all'orizzonte: è la materia stessa di cui è fatta la città.

Una città costruita con il suo vulcano

Catania vive all'ombra del vulcano attivo più alto d'Europa, e la sua storia è segnata da eruzioni e terremoti. Distrutta e ricostruita più volte, la città ha sempre usato il materiale che aveva più a portata di mano: la lava raffreddata, dura e resistente. Lo si vede già negli edifici più antichi. Il Castello Ursino, voluto da Federico II di Svevia e iniziato nel 1239, ha mura in pietra vulcanica spesse circa due metri e mezzo. Nella Cattedrale di Sant'Agata le absidi di età normanna sono costruite con grossi blocchi di pietra lavica, in parte recuperati da edifici romani.

La colata del 1669

L'evento che ha cambiato per sempre il volto della città è l'eruzione del 1669, considerata la più distruttiva dell'Etna in epoca storica. Cominciò l'8 marzo con l'apertura di nuove bocche sul versante meridionale, dove si formarono i Monti Rossi, i due coni gemelli che ancora oggi si vedono a Nicolosi. La lava travolse diversi centri abitati e proseguì verso Catania.

In aprile il fronte lavico circondò il Castello Ursino: non ne intaccò le strutture, ma ne riempì il fossato. Il castello, che fino ad allora si affacciava sul mare, si ritrovò nell'entroterra, perché la colata avanzò fino alla costa e oltre, spostando in avanti la linea di riva. La lava coprì anche alcuni bastioni delle mura e raggiunse il complesso dei Benedettini: il monastero si salvò, ma la chiesa annessa andò distrutta. Durante l'eruzione si tentò anche, per la prima volta di cui si abbia notizia, di deviare una colata aprendo un varco nel suo fianco; il tentativo fu interrotto dagli abitanti di Paternò.

Il terremoto del 1693 e il barocco bicolore

Pochi anni dopo, nel 1693, un violentissimo terremoto devastò la Sicilia sud-orientale, Catania compresa. La ricostruzione diede alla città il volto barocco che ha ancora oggi, al punto che il suo centro storico è stato riconosciuto dall'UNESCO, nel 2002, tra le città tardo barocche del Val di Noto. Anche allora il materiale principale fu la pietra lavica, usata per basamenti, cornici e portali, accostata alla pietra chiara delle parti decorative. Nasce così la bicromia che è la cifra visiva di Catania: il nero della lava accanto al bianco del calcare e del marmo.

I protagonisti di questa stagione hanno lasciato opere che si riconoscono al primo sguardo. Giovanni Battista Vaccarini disegnò la facciata della Cattedrale in marmo di Carrara e sistemò in Piazza Duomo la Fontana dell'Elefante: il celebre Liotru, simbolo della città, è scolpito nel basalto lavico e regge un obelisco di granito. Lungo via dei Crociferi, chiese e conventi settecenteschi si susseguono per circa quattrocento metri, in uno degli esempi più compatti del barocco catanese.

Porta Garibaldi, il manifesto della rinascita

Se c'è un monumento che riassume questa storia, è Porta Garibaldi. Fu costruita nel 1768 per celebrare le nozze di Ferdinando di Borbone con Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, su progetto di Stefano Ittar e Francesco Battaglia, e in origine si chiamava Porta Ferdinandea. La sua struttura alterna fasce di pietra lavica nera e di pietra bianca di Siracusa, in un effetto a righe che la rende inconfondibile. I catanesi la chiamano anche Fortino, come il quartiere che la circonda, il cui nome ricorda una fortificazione eretta dopo la colata del 1669. Sul monumento compare il motto latino Melior de cinere surgo, "risorgo dalle ceneri migliore di prima": il riassunto perfetto di una città che dalla lava e dalle macerie è sempre ripartita.

Leggere la città passo dopo passo

Una volta allenato l'occhio, la pietra lavica diventa una chiave di lettura per ogni passeggiata. La si calpesta lungo Via Etnea, pavimentata con pietra lavica dell'Etna; la si ritrova nei basamenti scuri dei palazzi e nei portali delle chiese; la si riconosce al Monastero dei Benedettini, dove nella ricostruzione i monaci realizzarono due giardini, l'orto botanico e l'orto dei novizi, direttamente sulla muraglia di lava lasciata dalla colata. La storia del complesso è raccontata nel dettaglio sul sito ufficiale del Monastero dei Benedettini.

Un gioco da fare in città: durante le passeggiate in centro provate a notare i contrasti tra nero e bianco su facciate, portali e cornici. Porta Garibaldi, Piazza Duomo e via dei Crociferi sono i punti di partenza ideali per allenare lo sguardo alla "città nera".

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